Alimentazione biologica:
rivoluzione o classismo?
“L’agricoltura
biologica decolla”, dichiara il quotidiano francese Le Monde
(Ott. 2008) , ma non è l’unico a constatarlo. Tra il 1999 e il
2004 le superfici coltivate secondo i principi biologici nel
mondo sono triplicate. La domanda cresce anche perché, con il
rincaro dei prodotti alimentari convenzionali, la differenza di
prezzo diminuisce.
I prodotti considerati biologici,
cioè coltivati senza l’utilizzo di pesticidi chimici e non
geneticamente modificati, oltre ad essere più sani, hanno anche
meno impatto sull’ambiente, perché il loro terreno trattiene
quasi sei volte la quantità di carbonio trattenuto nella
coltivazione convenzionale. Questo evita la liberazione di
parecchia anidride carbonica e, di conseguenza, riduce l’effetto
serra. Ogni persona che passa dall’alimentazione convenzionale a
quella biologica per ogni prodotto fresco risparmia il 30% di
CO2 emesso nell’aria.
Inoltre, il processo di coltivazione
biologica comporta un notevole risparmio energetico: secondo un
rapporto pubblicato dalla Federazione internazionale del
movimento per l’agricoltura organica, essa utilizza tra il 30
e il 70% di energia in meno per particella di terra.
Infatti, gli agricoltori biologici hanno meno bisogno di
macchine e apparecchiature.
I rendimenti di quest’agricoltura sono mediamente inferiori del
50% rispetto a quelli dell’agricoltura convenzionale.
Viene da domandarsi se il risparmio energetico sia effettivo o
fittizio, visto che per la stessa quantità di produzione bisogna
coltivare una maggior superficie. Inoltre i prodotti biologici
hanno talvolta un imballaggio superiore a quello dei
convenzionali: molti tipi di riso e di muesli biologici, ad
esempio, oltre alla scatola di cartone si trovano imballati in
dei sacchetti di plastica salva freschezza.
Per quel che riguarda cosmetici
biologici vi è spesso sia un imballaggio di vetro sia di
cartone. Inoltre le vaste spiegazioni sul metodo di produzione
comportano una paradossale ricchezza di fogli illustrativi.
Bisogna quindi non limitarsi all’impatto ambientale della
produzione agricola ma valutare anche quello del suo
imballaggio.
Per misurare anche l’energia necessaria a smaltire la confezione
molti prodotti francesi - non necessariamente biologici -
riportano il cosiddetto “indice carbonio”: una cifra che somma
la quantità di carbonio utilizzato per produrre la merce, per
imballarla, per trasportarla e per riciclarne la confezione
(malgrado manchi la raccolta differenziata).
Un’altra questione paradossale è il
“classismo” dei prodotti biologici: quel che si risparmia in
energia e in emissioni di CO2, lo si spende pagando un prezzo
maggiore rispetto ai prodotti convenzionali. Per motivi sia
economici che culturali il prodotto biologico difficilmente
raggiunge ceti più bassi.
Per quel che riguarda gli Stati Uniti l’autore di Fast food
nation, Eric Schlosser, spiega che “la maggioranza degli
americani - i comuni lavoratori, i poveri, le persone di colore
- non hanno un ‘posto a tavola’ in Slow Food. Il movimento per
l’agricoltura sostenibile deve fare i conti con il semplice
fatto che non sarà mai sostenibile senza queste persone.”
Anche a questo problema la Francia
sta cercando delle soluzioni: da ottobre in poi lo stato darà
ulteriori 12 milioni di euro l’anno in sostegno dell’agricoltura
biologica. Il ministro dell’agricoltura francese Michel
Barnier spiega che questi aiuti permetteranno, entro il 2012,
l’estensione delle terre coltivate biologicamente dal 2 al 6%
della superficie agricola totale.
In fatto di superficie “biologica”, però, l’Italia è
all’avanguardia rispetto alla Francia e anche rispetto a gran
parte dell’Europa: circa l’8% della superficie agricola, cioè
più di 1 milione 148 mila ettari, è già coltivata secondo
principi biologici.
La maggior parte dell’Europa si trova invece sotto il 5% e paesi
come l’Islanda, la Turchia e la Russia addirittura sotto lo
0,5%. Per quel che riguarda l’agricoltura biologica i leader del
mondo sono Austria e Svizzera, i cui terreni “bio” superano il
10% della superficie coltivata.
Gli Stati Uniti si trovano invece, assieme a Sri Lanka, Salvador
e Uganda, tra gli ultimi della lista, con una superficie
“biologica” tra lo 0,5 e l’1% (fonte: FiBL 2008).
D’altro canto l’iniziativa piemontese Slow food, che promuove
cibi organici, ha avuto successo anche in America. Nei primi
giorni di settembre si sono riuniti a San Francisco 60 mila suoi
“fans”, arrivati per mangiare, ma anche per dibattere sul futuro
dell’agricoltura sostenibile.
I fautori dell’agricoltura
biologica promuovono anche la vendita diretta, che implica
prezzi più bassi e ancora
meno impatto sull’ambiente a causa della riduzione dei
trasporti.
È paradossale il fatto che si debba pagare di più per ottenere
prodotti più semplici e naturali. Una volta tutta la produzione
agricola era biologica, solo senza il marchio. È come se ci
stessimo pentendo di avere inventato pesticidi e
OGM e cercassimo di tornare indietro,
pagando cara l’inversione di marcia.
Sembra non ci siano alternative. L’uso dei pesticidi e degli
OGM è conveniente perché aumenta
i rendimenti, nel tempo però, danneggia sia l’ambiente
sia la
salute dei
consumatori.
By Elisabeth Zoja - Tratto da: terranauta.it
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