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Ecco cosa afferma il
dott. F. Franchi:
"Il più grande ostacolo al progresso della scienza è il
monopolio che ne fanno gli esperti, tra i quali si crea
una rete (il cosiddetto establishment) che controlla i
fondi per la ricerca, le pubblicazioni, gli incarichi
accademici, le royalities per i test ed i farmaci, e
mira a mantenere la sua posizione dominante di successo
evitando per quanto possibile che altre idee, altre
soluzioni, altre teorie possano filtrare scalzando le
loro.
La censura c’è, e mentre una volta i "dissidenti"
venivano fisicamente eliminati, oggigiorno lo stesso
effetto viene ottenuto escludendoli dal circuito
scientifico e mediatico che conta. Viene incoraggiata la
raccolta di dati, una massa di dati sempre crescente,
mentre scoraggiata è la loro elaborazione critica".
Tratto da:
http://www.dissensomedico.it
EMEA ha legami con l'Industria
Farmaceutica
Roma, 09 giu 2006 -
"Nessuno ha ricordato una cosa: l'Emea, l'agenzia
europea del farmaco, non dipende dall'amministrazione
comunitaria della sanità ma da quella dell'industria. Un
distinzione che dovrebbe far riflettere. A Bruxelles la
forza delle lobby è grandissima". L'osservazione è di
Luca Poma, portavoce di "Giu'
le mani dai bambini", Comitato sui disagi
dell'infanzia che raggruppa quasi cento associazioni di
volontariato e promozione sociale. "Continuano a
trattare i bambini come fossero, dal punto di vista
metabolico, degli adulti", protesta Poma: è "assurdo
somministrare ai
bambini farmaci
pensati per gli adulti.
Soprattutto il Prozac, psicofarmaco molto forte, che
richiede prudenza nella somministrazione anche negli
adulti". Prudenza che "sarebbe stato naturale
attendersi, soprattutto dopo drammatici fatti di cronaca
avvenuti negli Stati uniti - come le stragi nelle
scuole causate da ragazzi in cura
antidepressiva
- ma che non è stata usata".
Fonte: DIRE
Le metafore militari in
medicina stanno inasprendo i toni dei discorsi e
modificando l’approccio alla pratica medica. Già nel
1934 il British Medical Journal sosteneva la necessità
di intraprendere una serrata "guerra contro il cancro",
che da allora è diventato il nemico numero uno per la
salute dell’uomo. Ancora oggi si continuano ad
utilizzare delle metafore belliche in medicina.
Il mese scorso l’Università di Nottingham, in
Inghilterra, ha inaugurato un nuovo Centre for
Healthcare Associated Infections interamente dedicato
allo studio dei "super batteri" quelli, cioè, che hanno
sviluppato la resistenza agli antibiotici. Intervistato
dai giornalisti, il direttore Richard James ha
dichiarato che la struttura rappresenta "un luogo dove
verranno sviluppate bombe intelligenti contro bersagli
molecolari in modo da potersi difendere dal nemico
invisibile". Se si estrapolasse questa frase dal
discorso, sarebbe impossibile non dare per scontato che
si tratti di un’affermazione fatta da un militare dal
petto in fuori che espone fiero tutte le medaglie
ottenute durante la sua carriera. A parlare è, invece,
uno scienziato.
Su questo singolare esempio di comunicazione in medicina
si riflette sull’ultimo numero della rivista The
Scientist.
I pareri. Secondo George Lakoff, linguista cognitivo di
Berkeley, University of California, gli scienziati che
inquadrano i problemi usando un’ottica militaristica
rischiano di avere una visione estremamente limitata dei
problemi e di come affrontarli perché "non
si parla solo di un linguaggio ma di un modo di
percepire la realtà". L’atteggiamento
guerresco presuppone di affrontare la biomedicina e
lo studio della vita con un atteggiamento "contro": i
batteri, i virus, le malattie sono i nemici da
sconfiggere per salvaguardare la salute dell’uomo.
Un atteggiamento del genere, oltre ad esser
fortemente antropocentrico,
nega che esistono degli equilibri in natura che si
basano sull’azione e l’interazione di più specie viventi.
Già nel 1995 George J. Annas, filosofo della medicina,
aveva sostenuto sul New England Journal of Medicine
che per avere un’idea di come si stava evolvendo la
sanità bastava guardare al linguaggio usato dai medici e
dagli scienziati. Le metafore più pericolose,
secondo Annas, erano quelle
militari.
In sostanza l’uso di parole come guerra alla malattia,
distruzione, armi intelligenti lasciano passare il
messaggio che la medicina è una battaglia contro la
morte, le malattie sono degli attacchi al corpo da cui
difendersi, il medico colui che decide la strategia di
guerra. Ma la battaglia contro la morte è già persa
in partenza.
Si combatte a Waterloo.
Bibliografia: Wenner M. The war agains war metaphors.
The Scientist 2007; 17 febbraio.
Annas GJ. Reframing the debate on health care reform by
replacing our metaphors. N Engl J Med 1995:(332)745-8.
By Emanuela Grasso - Tratto da: Il Pensiero Scientifico
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Rapporto medici pazienti - Indagine di Altroconsumo (Italy)
Non solo il dialogo tra medici e pazienti sui farmaci e
sui possibili effetti collaterali è del tutto
insufficiente, ma il 90% dei medicinali prescritti è
griffato. È quanto emerge dall'inchiesta sull'uso dei
farmaci e sul rapporto medici-pazienti che Altroconsumo
ha condotto su 2265 italiani, campione rappresentativo
della popolazione adulta del nostro Paese. L'inchiesta
rientra in un'indagine che ha coinvolto più di 10100
cittadini europei, condotta da associazioni di
consumatori indipendenti in Europa.
"In Italia tre quarti degli intervistati - si legge nel
comunicato di Altroconsumo - segnala di aver fatto le
più recenti visite mediche presso il Servizio sanitario
nazionale, più spesso per uno specifico problema di
salute. Un quarto del campione si fa visitare per un
check-up generale, il 17% per farsi rinnovare la
prescrizione delle medicine. Metà del campione è uscito
dal consulto del medico con una ricetta, in media con la
prescrizione di due farmaci. L'11% dichiara di aver
ricevuto una prescrizione di 4 o più medicinali".
Ma la cosa più sorprendente è che il 54% della totalità
degli intervistati dichiara di non aver ricevuto alcuna
informazione sul costo della cura, il 39% non ha
ricevuto informazioni sui possibili effetti collaterali.
Il 90% dei farmaci prescritti, inoltre, è di marca.
Eppure l'80% del campione dichiara di considerare il
medico di famiglia la fonte di informazione principale,
a fronte di circa il 40% che dichiara di rivolgersi
anche al farmacista.
Il 7% dei pazienti che ha avuto una prescrizione non ha
comprato il farmaco. Per circa un terzo di questi,
perché lo aveva già a casa, mentre per altri perché il
farmaco era troppo caro. Il 17% degli intervistati
giudica comunque troppo elevato il prezzo dei farmaci.
Inoltre il 10% è insoddisfatto del contenuto della
confezione del farmaco prescritto, eccessivo in quantità
rispetto alle esigenze della cura. Il 26% degli
intervistati dichiara di buttare in pattumiera i farmaci
scaduti e il 19% di gettarli nello scarico dei sanitari.
"Nel complesso l'indagine dimostra che l'informazione
offerta ai pazienti è inadeguata - rileva
l'associazione - Il cattivo uso delle medicine alcune
volte dipende dalle iniziative individuali e da libere
interpretazioni dei singoli pazienti, legate anche alla
sensazione di non gestire adeguatamente la malattia, non
riuscire a interpretare i disturbi oppure il ciclico
comparire o scomparire dei sintomi. La poca informazione
genera scarsa fiducia nella terapia: un dato che i
medici non dovrebbero ignorare".
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“Progresso” farmacologico,
medico e malattie
Cancro: alle soglie del ventunesimo secolo
Se in medicina si guarda a quel fenomeno mitico che è il
progresso della scienza ci si rende conto che assistiamo
ad un fatto paradossale.
Osserviamo da una parte un
grandioso impegno della ricerca produrre nuovi paradigmi
di comprensione a livello biomolecolare, nuove
tecnologie, nuovi farmaci. Se poi andiamo a quantificare
l'impatto che simili acquisizioni hanno sulla salute
reale dell'uomo -per esempio misurando in vari paesi
l'aspettativa di vita di un individuo che abbia superato
l'infanzia- ci accorgiamo allora che questa aspettativa
non varia drammaticamente fra paesi con una medicina a
diverso livello di sviluppo.
Per trovare una differenza
davvero rilevante occorre prendere in considerazione il
terzo mondo, cioè quelle aree in cui vengono a mancare i
presupposti basilari dell'igiene ambientale e sociale.
E' l'ovvietà che balza agli occhi quando i dati sono
osservati nel tempo: sono state le condizioni
nutrizionali e igieniche, l'acqua potabile, le bonifiche
e così via (non gli antibiotici e men che mai gli
attuali farmaci sofisticati) a cambiare veramente il
corso della vita umana.
In termini di risultati, il
rapporto tra l'entità degli sforzi mobilitati nella
ricerca e il progresso reale profila così una curva
esponenziale che tende a un plateau; nel senso che,
nello sviluppo della scienza medica, da un certo punto
in poi vediamo il dispendio dei mezzi ottenere effetti
progressivamente sempre meno efficaci.
Se guardiamo allo stesso
fenomeno dal punto di vista dei costi, ancora otteniamo
una curva esponenziale, ma di segno opposto: la
traiettoria delle ricerche innovative (che pur via via
divengono relativamente meno efficaci) esige una spesa
sempre più elevata; al punto che nessun paese, per ricco
che sia, possiede oggi soluzioni in grado di
fronteggiare i costi della medicalizzazione complessiva
della vita. Le due curve descrivono dunque una forbice
entro cui appare chiaro che questo progresso è sempre
meno "generoso", restando in ogni caso utopico sul piano
economico concreto.
Un problema si pone
evidentemente a questo punto, ed è se vi sia un difetto
alla radice di quel che abitualmente identifichiamo con
la scientificità. Nella complessità di tale questione
teniamo a ribadire alcuni punti.
Va detto prima di tutto come
la diatriba emergentismo/riduzionismo denunci con forza
sempre maggiore il vizio di metodo di una ricerca che
procede isolando le questioni studiate dai contesti. Un
fegato, un cuore, un rene non definiscono insomma aree
isolate di problemi, bensì una serie di interrelazioni
il cui soggetto -a vero dire poco studiato- è
l'individuo intero.
In secondo luogo osserveremo
come i rapporti psiche/soma rappresentino il massimo di
tale incapacità ad articolare i problemi, il massimo
della cecità che sorge dal come è gestita, nei fatti, la
ricerca biomedica.
Più avveduto di noi Platone scriveva nel Carmide: "Il
nostro Zalmosside, che è un Dio, vuole che come non si
deve cominciare a sanare gli occhi senza tener conto del
capo, né il capo senza il corpo, così neppure si deve
cominciare a sanare il corpo senza tenere conto
dell'anima; anzi questa sarebbe proprio la ragione per
cui tante malattie la fan franca ai medici greci, perché
essi trascurano il tutto di cui invece dovrebbero
prendersi cura, quel tutto che è malato e dunque non può
guarire in una parte".
Tale specifica esigenza del
resto è oggi largamente penetrata nella sensibilità
sociale, di modo che sono i pazienti stessi a richiedere
in modo perentorio una maggiore attenzione alla loro
unità psicosomatica.
Ma, spingendoci oltre,
incontriamo un terzo punto ancora più fondamentale: sono
psiche e soma due realtà dotate di uno statuto
ontologico distinto ?
Quest'impalcatura concettuale dualistica, tanto antica
nel pensiero del mediterraneo, davvero coglie una verità
o piuttosto rappresenta un macroscopico pregiudizio
epistemologico ? Forse non esitono un "Io psichico" e un
"Io somatico", forse si tratta di due prospettive su
un'unica realtà.
Alle soglie del ventunesimo secolo
crediamo che valga la pena di ritornare con umiltà a
questi problemi. Crediamo che medici e psicoanalisti non
debbano comportarsi con presunzione, nel giardinetto
privato del loro specifico sapere, e debbano invece
lavorare assieme.
Crediamo infine che la "psicosomatica" non si riduca ad
un banale tiro alla fune per aggiudicarsi una quota
maggiore di competenza circa l'eziologia dei disturbi di
un cefalagico, di un colitico o di un ulceroso. Quello
che poniamo è un grande problema eanerale della medicina
tutta.
Crediamo riguardi anche un tema drammatico come il
paziente ammalato di cancro.
By Fabrizio Franchi
Tratto da:
http://psychomedia.it/pm/answer/crononco/franchi1.htm
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MITI dei MEDICI
"Stupido e irresponsabile": così è stato
definito, in uno dei numerosi commenti online,
l'articolo pubblicato sul British Medical Journal, in
cui due medici americani, Rachel Vreeman e Aaron Carroll,
si sono presi la briga di dare spiegazioni scientifiche
a sette "miti medici", per lo più sfatandoli. Per
esempio, che bisogna bere otto bicchieri di acqua al
giorno; che il cellulare acceso in ospedale crea
pericoli perché può interferire con le apparecchiature;
o, ancora, che leggere con poca luce danneggia la vista.
Le risposte da loro individuate consultando Medline, uno
dei più ricchi motori di ricerca medica, o andando
semplicemente su Google, non hanno però convinto molti
loro colleghi. Che nei giorni successivi hanno replicato
con enfasi, rigore (e rabbia) sul sito della rivista,
contrapponendo altri dati e polemizzando sulla scelta di
"miti di paglia", in fondo innocui rispetto a molti
altri consolidati nella pratica medica. è vero, lo
sostengono anche i due autori, in certi casi i medici
fanno affermazioni che non si basano su evidenze
scientifiche bensì su luoghi comuni che loro stessi
propalano.
"I miti che più mi preoccupano non sono però quelli da
voi citati, verosimilmente innocui, ma altri più
pericolosi entrati nella medicina e
mascherati di scientificità"
scrive Geoffrey Russell sul blog in risposta
all'articolo. "Certi miti non sempre sono frutto di
credenze popolari, come quello che capelli e unghie
continuano a crescere dopo morti" dice Vittorio Caimi,
medico di famiglia a Monza. "Ci sono miti veicolati
dalla classe medica, come prescrivere il test per il
Psa a tutti i
50enni con l'idea di prevenire il tumore alla prostata,
mentre non è provato che serva. Studi clinici in
corso forse risolveranno il dilemma, intanto lo si fa
fare.....
Non è un falso mito anche questo ?".
Lo stesso, aggiunge Caimi, si può dire per la Moc, il
test di mineralometria ossea computerizzata che misura
la densità ossea. "Riceviamo spesso prescrizioni da
specialisti per donne in premenopausa, età in cui il
rischio di perdita di massa ossea è inesistente".
E che dire dei nuovi miti del benessere, prosegue
Silvano Biondani, medico di famiglia a Verona, più
insidiosi e fuorvianti di quelli elencati sul British
Medical Journal ?
"Si stabiliscono valori sempre più bassi di normalità
per colesterolo e pressione, fattori di rischio
cardiovascolare se elevati. Negli ultimi 30 anni
l'obiettivo da raggiungere per il colesterolo è sceso da
260 a 180. Così gran parte dei pazienti è fuori norma:
lo segnala l'asterisco accusatore sul test".
A proposito di pressione sono state addirittura
introdotte linee guida per una nuova classe di persone a
rischio: i preipertesi.
"Il vero pericolo, che è anche uno dei limiti della
medicina contemporanea, è di frammentare l'unicità e la
complessità di ogni persona in una serie di malattie
potenzialmente curabili, meglio se con farmaci. Con il
risultato di trasformarci in una società di malati"
aggiunge Biondani. Plos Medicine ha pubblicato poco più
di un anno fa un numero speciale sul "disease mongering",
la tendenza a coniare nuove patologie, come la
preipertensione, pur di vendere medicine a sempre più
pazienti.
"A stabilire linee guida dovrebbero essere esperti senza
legami con l'industria nei settori in cui le aziende
potrebbero trarre beneficio dalle loro decisioni"
raccomanda Sheldon Krimsky, autore del saggio Science in
the private interest. Diventa sempre più difficile per
un medico resistere al canto delle sirene di Big Pharma:
solo negli Stati Uniti i colossi
farmaceutici hanno speso nel 2004 oltre
55 miliardi di dollari per
promuovere medicinali (la pressione si
esercita con viaggi, inviti a congressi, regali,
finanziamenti a società scientifiche, pubblicità
mascherata da campagne di informazione.), contro i poco
più di 30 miliardi per la ricerca. I dati provengono da
uno studio canadese ed è sempre Plos a farlo sapere.
"Un tempo scienza medica e saggezza popolare si
compenetravano. Erano assimilabili. I rimedi dettati da
buonsenso e tradizioni culturali, come il miele con il
latte caldo invece dello sciroppo per la tosse, erano
utili a gestire piccoli disturbi" ricorda Biondani. Oggi
per riabilitare il miele occorre che lo affermi uno
studio scientifico, come è avvenuto di recente.
Il rischio dell'articolo sui falsi miti medici, si
afferma nel blog, è di crearne altri. "Leggere con poca
luce non rovinerà la vista, ma favorisce a lungo andare
la miopia specie nei bambini" replica Klaus Schmid,
medico tedesco.
E poi ? "è vero che un tempo si leggeva a lume di
candela e c'erano meno miopi, ma è maggiore la quantità
di libri che oggi i bambini leggono: e 4 ore di lettura
al giorno con luce fioca possono danneggiare la loro
vista" scrive Mikhail Vinin, capo ricercatore a
Edimburgo, in Scozia.
Sul bere o meno otto bicchieri di acqua al giorno è
polemica. "Dipende da fattori ambientali" afferma
dall'Australia Andrew J. Rees. "Qui in estate chi lavora
all'aperto o fa sport per stare bene beve 3 o 4 litri di
acqua al giorno". Da irresponsabili, secondo Caimi,
negare la necessità di bere a chi soffre di calcoli
renali. "Due litri d'acqua al giorno sono raccomandati,
e si deve valutare caso per caso" dice. Sul blog si
precisa che vari studi dimostrano come le bevande con
caffeina deidratano l'organismo per l'effetto di questa
sul metabolismo cellulare. Solo acqua e succhi contano
nella dose quotidiana di liquidi, non il caffè.
Non le manda a dire David Clarke: "State mettendo a
rischio la vita di persone e il giornale è in parte
responsabile. Vergogna !
Le vostre smentite, se verranno, serviranno a poco".
Sui cellulari in corsia è bagarre. "è già così difficile
fare in modo che per una norma di buon galateo parenti e
malati lascino spenti i cellulari.
Ci sono donne che durante il travaglio mandano
messaggini" polemizza Pamela Wilson, infermiera.
Sicuri che non influiscano sulle apparecchiature? "I più
moderni cellulari hanno un effetto maggiore rispetto ai
più vecchi.
Le precauzioni andrebbero riviste". Pamela cita uno
studio olandese su oltre 60 apparecchi medici usati
nelle unità critiche: i segnali dei cellulari influivano
sul 33 per cento di questi, tra cui macchine per la
ventilazione e allarmi di sicurezza; e i pacemaker
esterni funzionavano male. Purtroppo, lamenta l'autore
dello studio, Erik van Lieshout, sono sovente i medici
stessi i peggiori nel non rispettare le regole. "Come vi
sentite adesso? Altro che smentite. La vostra
informazione è potenzialmente dannosa.
E il vostro senso di responsabilità sociale pari a zero"
scrive Pamela.
Che da questo dibattito possano emergere nuovi falsi
miti lo dimostra la varietà di posizioni sul blog. C'è
chi si preoccupa e chi minimizza. C'è pure chi si è
divertito, come un medico di Liverpool, a rivisitare
altri vecchi miti, tipo quello secondo cui le carote
farebbero bene alla vista e gli spinaci ai muscoli:
sfatati da tempo.
Ciò che pochi sanno è che la convinzione popolare che il
betacarotene, precursore della vitamina A, procuri una
supervista nacque nella Seconda guerra mondiale.
L'intelligence inglese voleva tenere segreto il radar
che contribuiva ai successi dell'aviazione, perciò la
stampa diede risalto alle straordinarie capacità visive
del tenente della Raf John Cunningham: tutto merito
della sua passione per le carote.
E il mito degli spinaci che ha reso famoso Braccio di
ferro? Nasce, pare, da un errore di trascrizione di E.
von Wolf, nel 1870, che mise una virgola al posto
sbagliato decuplicando il contenuto di ferro degli
spinaci. «Se queste credenze servono a fare mangiare più
verdure ai bambini, poco male.
Una dieta sana può ridurre le malattie. E questo non è
un mito» scrive Thachil.
Ma come distinguere la tradizione dall'aneddoto? E come
riconoscere le trappole che il business della salute
dissemina mascherandole di scientificità ? "Spesso
esiste una grande distanza tra le poche evidenze di cui
disponiamo e la necessità di dare spiegazioni esaustive
ai pazienti» dice Caimi. «Gran parte dei problemi che
affronta un medico sono complessi e anche la medicina
basata sull'evidenza non dà risposte complete. Tutto va
mediato da esperienza e buonsenso, tenendo conto del
caso che si ha davanti".
I falsi miti descritti, lo sottolineano i due
autori dell'articolo, difficilmente possono far danni.
Raccomandare invece trattamenti per i quali
ci sono scarse prove certamente sì.
Image:
http://gallery.panorama.it/displayimage.php?pos=-18420
British Medical Journal:
http://resources.bmj.com/bmj/about-bmj dare
spiegazioni scientifiche a sette "miti medici", per lo
più sfatandoli:
http://www.bmj.com/cgi/content/full/335/7633/1288
sito della rivista:
http://www.bmj.com/cgi/eletters/335/7633/1288
scrive Geoffrey Russell:
http://www.bmj.com/cgi/eletters/335/7633/1288#184518
afferma dall'Australia Andrew J. Rees:
http://www.bmj.com/cgi/eletters/335/7633/1288#184732
David Clarke:
http://www.bmj.com/cgi/eletters/335/7633/1288#184500
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Importante:
….pur segnalando le gravi anomalie (anche
criminali) della Sanita’ Mondiale gestita dalle
Lobbies farmaceutiche
e dei loro “agenti-rappresentanti”
inseriti a tutti i livelli, Politici e Sanitari
nel Mondo intero, vogliamo anche ricordare e
spendere per Giustizia delle parole per
gratificare e ringraziare quei
centinaia di migliaia di
medici (quelli in buona fede) che,
malgrado le interferenze degli interessi
di quelle Lobbies,
incessantemente si prodigano ogni giorno aiutare
i malati che a loro si rivolgono e che con i
progressi delle apparecchiature tecnologiche per
la diagnostica e delle tecniche
interventive, stanno facendo notevoli
progressi e raggiungono per essi risultati ed
effetti benefici, che fino a qualche anno fa
erano impensabili.
Vediamo ogni giorno progressi in tal senso, ma
la terapeutica indicata dalla direzione
della Sanita’ ufficiale Mondiale =
OMS (che e' legata alle
linee guida di dette
Lobbies), non segue, salvo rari casi,
quella curva progressiva di benessere per i
malati.
Se questi bravi medici
che operano giornalmente sul campo, conoscessero
anche la Medicina
Naturale, potrebbero migliorare e di molto le
loro tecniche terapeutiche, con grande beneficio per
tutti i malati.
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